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14.1.26

L’isola degli sciamani: dalla guaritrice Minnìa al caso di Nuchis, così i sardi curano le ferite e scacciano il malocchio . Le secolari tradizioni sono sopravvissute anche all’Inquisizione della Chiesa cattolica

 Da    la  nuova  sardegna  del    13  e  del   14 gennaio 2026 
  di   Francesco Zizi







In alcuni paesi della Sardegna nessuno ti chiede se ci credi o no. Guardano la pelle, valutano l’ustione o la ferita e decidono se possono fare qualcosa. Se la risposta è no, ti dirottano verso strutture ufficiali e specializzate, se la risposta è positiva, cominciano a mescolare oli essenziali ed erbe raccolte in campagna. Senza promesse e senza soldi.



Nell’isola è un’usanza che non si professa medicina alternativa, e che nei secoli è sopravvissuta anche all’Inquisizione della Chiesa. Chiamarli guaritori però è inevitabile, perché ciò che accade in questi luoghi non è considerato magia o esoterismo, ma non è nemmeno scienza nel senso moderno del termine.
Il caso Nuchis
Uno degli epicentri di questo fenomeno antichissimo si trova in Gallura, a Nuchis. La ricetta di zia Caterina Bulciolu, deceduta qualche hanno fa è un miscuglio di erbe, tramandato di generazione in generazione all’interno della famiglia. Nel paese, fino a poco tempo fa arrivavano da tutto il mondo per curare ustioni o con gravi lesioni cutanee. Ora l’antica ricetta è in mano alla nipote di zia Caterina.
Ma quello di Nuchis non è un caso isolato. In Gallura operano almeno altre due famiglie con ricette analoghe, a Monti e a Buddusò. Proprio a Buddusò la famiglia Maureddu ha brevettato una crema composta per il 90% da estratti vegetali, oggi utilizzata in strutture pubbliche come il reparto di dermatologia dell’ospedale di Cagliari, l’ospedale Civile di Sassari e il centro grandi ustionati di Genova.
Un’antica arte
Da questi piccoli paesi arrivano pazienti da tutto il mondo, spesso inviati dagli stessi medici quando la medicina ufficiale non ha soluzioni pronte. Ma il rapporto è corrisposto: quando la guaritrice sa di non poter intervenire, indirizza senza esitazioni agli ospedali. Secondo la tradizione nessun compenso viene mai richiesto, è chi si cura che ringrazia con doni e cibo, gesti di riconoscenza. Una “deontologia” antichissima.
Il trattamento delle cicatrici
Il trattamento delle cicatrici è uno di quelli più antichi ed è anche quello che colpisce di più l’immaginazione. Secondo una delle principali “protocolli tradizionali” un primo unguento “riapre” la ferita, un secondo la richiude e ne favorisce la scomparsa definitiva. Questo rimedio, secondo i racconti tramandati oralmente, deriverebbe da un’antica pratica dei ladri di bestiame, che cancellavano con le erbe i marchi a fuoco dagli animali rubati.
I numeri dei guaritori
In Sardegna – numeri di qualche anno fa – sarebbero intorno ai 40 i “guaritori specializzati” in ustioni e problemi della pelle. Non sono medici, ma conoscitori profondi delle piante e delle loro combinazioni. In alcuni casi alle cure si accompagnano le brebus, parole segrete tramandate in famiglia, a metà tra formule ancestrali e scongiuri, frasi – secondo la leggenda – capaci di guarire malattie o preservare gli uomini dai malefici e dai fastidi.
La medicina dell’occhio
Accanto agli unguenti vive la medicina dell’occhio (s’ogu malu), uno dei rituali più diffusi dell’isola. Acqua, sale o olio, preghiere sussurrate e procedimenti precisi dettano una pratica che mira a sciogliere un’energia negativa spesso involontaria, legata all’invidia, e lanciata da altre persone. Anche qui valgono principi ferrei: gratuità, trasmissione da anziano a giovane e ritualità.
Medicina ufficiale e Chiesa
La medicina ufficiale ha a lungo guardato con sospetto questi saperi, salvo poi riconoscerne l’efficacia in casi molto specifici, come dimostra l’uso clinico di alcune creme derivate da ricette tradizionali. La Chiesa, pur avendo storicamente osteggiato le pratiche magico–rituali, considerando spesso i guaritori come “streghe” da mettere al rogo, ha spesso tollerato ciò che si muoveva sul confine tra fede popolare, tradizione e preghiera contro il maligno.

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La storia
Minnìa la guaritrice barbaricina: «Così curo il fuoco di sant’Antonio» Medicina popolare, un film documentario di Ignazio Figus sulla 79enne di Oliena
di Luciano Piras







Inviato a Oliena «Pensate che il medico di Benetutti, Bitti e Nule non dà neanche mezza pastiglia ai suoi pazienti. Se hanno il fuoco di sant’Antonio, li manda tutti da me. E neanche ci conosciamo! Nel 90 per cento dei casi, guariscono, per non dire di più. Faccio la medicina a metà Sardegna, sono venuti da me davvero in tanti, da Orani come da Santa Teresa Gallura, anche diversi dottori, dottoresse, persino un parroco». Minnìa, 79 anni da compiere, nubile, ha gli occhi vispi e uno sguardo profondo. Mostra orgogliosa un libro cartonato, un’edizione del 1971 della “Storia della Sardegna” di Raimondo Carta Raspi.


◗Minnìa in campagna


«Sì, leggo sempre, ogni volta che posso» sottolinea accanto al caminetto acceso. Sul tavolo, un vassoio di bianchini e sospiri. «Questo dono ce l’aveva mio padre e lui l’ha trasmesso a me – racconta –. Lui è morto nel 1981». Anna Maria Bette, per tutti semplicemente Minnìa, assicura che un tempo «c’erano tanti uomini a Oliena che facevano la medicina». Ora ci sono soltanto lei e due giovani nipoti che stanno iniziando, Giovanni e Maria Luisa. Minnìa lo ripete davanti a Ignazio Figus, il regista nuorese che l’ha resa protagonista del documentario “Fuoco contro fuoco”, prodotto lo scorso anno dall’Istituto superiore regionale etnografico della Sardegna.

«Osservavo sempre mio padre, vedevo come faceva lui, così una volta ci ho provato anche io, è andata bene e da allora non ho più smesso» va avanti Minnìa. In questi giorni di freddo gelido, proprio nella settimana dei falò tradizionali di sant’Antonio abate, la signora sta “curando” quattro persone affette da Herpes zoster, l’altro fuoco del Santo eremita: una eruzione cutanea molto dolorosa, che brucia e che necessita di cure spesso lunghissime a base di antivirali. Il vaccino è sempre consigliato a chi ha compiuto i 50 anni, raccomandato agli over 65enni. Poi, c’è la medicina popolare. “Sa medichina”.
«Documentare l’esistenza di capacità e di modi di guarigione ereditati per vie non ufficiali e tanto meno legalizzate, specialmente nelle campagne – scriveva l’antropologo Giulio Angioni –, oggi come ieri, è un modo efficace di dare conto della varietà odierna dei modi di guarire in Sardegna, che del resto non sono modi sardi esclusivi di fare i conti con la sofferenza».
Non a caso, il nuovo film di Ignazio Figus apre con questa frase.

◗Il regista Ignazio Figus


Nessun commento, nessuna spiegazione, nessuna voce fuori campo: soltanto presa diretta, panoramiche, primissimi piani, dettagli, Minnìa la guaritrice barbaricina che parla in sardo, in olianese stretto, e la voce di qualche “paziente” (a scandire i giorni, c’è Mariella, lei arriva da Nuoro) che testimonia la “cura”. “Su donu”: il dono ricevuto e ridato generosamente alla comunità intera. “Sa medichina”. «Al mattino non la faccio a nessuno, perché devo andare in campagna. Punto e basta» sentenzia Minnìa che con la sua Panda fa la spola quotidiana tra casa, orto e vigna. Decisa e sicura quando deve potare, forte e veloce quando distribuisce il mangime alle capre. Sempre con il sorriso, anche quando raccoglie le uova fresche delle galline.


◗Minnìa mentre accudisce le capre


«La medicina, invece, la faccio nel pomeriggio – dice –. La faccio a chiunque. Avrei anche altro da fare, però la medicina la faccio volentieri alle persone che ne hanno bisogno. La faccio con il cuore». Sempre e soltanto gratis, senza alcun tipo di ricompensa. Gratis et amore Dei.

◗Minnìa mentre pratica "sa medichina"


«Ci vogliono nove giorni, per guarire» riprende fiato Minnìa. «Non si tratta di chiacchiere. Il male scompare» giura. Il fuoco di sant’Antonio lo cura con le scintille che sprigionano i colpi tra una pietra focaia e un ferro lavorato appositamente che fa da acciarino. Fuoco contro fuoco. Figus punta la camera sulle scintille, tiene il ritmo, ta tac, ta tac, ta tac, ta tac, come un ballo sardo ancestrale.


◗"Sa medichina"


«C’è chi il fuoco di sant’Antonio ce l’ha qui nell’occhio» indica Minnìa. «C’è chi ce l’ha più su, chi nella testa. Può manifestarsi in qualsiasi parte del corpo. Ne ho curato persino nella pianta dei piedi. Per non parlare di altre zone, più intime. Giusto per essere chiari» sottolinea ancora. Fermo restando che «non si manifesta a tutti allo stesso modo. Alcuni lo hanno internamente, con un leggero gonfiore esterno. Ad altri si manifesta con un vasto eritema – spiega l’anziana donna –. Spesso con vescicole che non devono essere toccate. Il paziente non deve assolutamente grattarle. Se lo fa, avrà il doppio del dolore e la guarigione sarà molto lenta. Non deve assolutamente toccarle. Questo è certo. Le vescicole devono asciugarsi senza essere toccate». Raccomandazioni fondamentali affinché la medicina popolare possa dare risposte. «Funziona» assicura Minnìa.


Quando l’onda scende

 



Ci sono periodi in cui la creatività scorre come un fiume in piena.
Le idee arrivano una dietro l’altra, la mente corre, il cuore risponde.
Sembra di poter fare tutto, di avere spazio e energia per ogni cosa.
Poi, all’improvviso, arriva il contrario.
Una stanchezza leggera, un rallentamento improvviso,
uno spazio vuoto che non sai come riempire.
Non è un blocco.
È un segnale.
Quando l’onda scende, non significa che hai smesso di essere creativa.
Significa che hai dato tanto, forse troppo,
e ora il tuo sistema ha bisogno di riposo, di silenzio, di rallentamento.
Il vuoto che senti non è mancanza:
è spazio che si sta liberando.
È la pausa necessaria perché il pensiero ritrovi ordine,
perché il cuore si assesti,
perché la mente faccia pace con la sua velocità.
Non siamo fatti per correre sempre.
Non siamo tenuti a brillare ogni giorno.
A volte la cosa più saggia che possiamo fare
è riconoscere la stanchezza, accoglierla, e restare semplicemente fermi.
Le idee tornano.
Sempre.
Ma tornano quando trovano un posto in cui poter respirare.
E quel posto si sta creando proprio adesso.

— Lorien © L’Eco del Silenzio

se maometto non va alla montagna è la montagna che va da maometto . Italy Needs Sex Education compie un vero e proprio atto di supplenza culturale nei confronti dello Stato italiano. insegna l'educazioe sentimentale - sessuoaffettiva a i ragazzi al posto della scuola

 In Italia l’educazione sessuo-affettiva è stata bandita, censurata da un governo che ha paura di sentir parlare di emozioni, relazioni, consenso e altre forme di conoscenza. E l’ha limitata per una precisa volontà politica proprio lì dove serve di più: la scuola.Anche per questo è nato Italy Needs Sex Education ( Per iscrivervi  alle  prossime  lezioni      visto  che     quelle  di   gennaio hanno   raggiunto la sua capienza massima!  complilate  su    https://tally.so/r/nPMgO0    il form    con i vostri    contatti  per inserirti nella waiting list per la prossima edizione del corso, che partirà in primavera )   un progetto di attivismo diffuso che si
propone di portare l’educazione sessuo-affettiva nella società, senza aspettare i tempi biblici della politica e delle istituzioni.Fondata da Rise Up Community e Flavia Restivo, INSE ha appena lanciato dei corsi avanzati di educazione sessuo-affettiva che si rivolgono direttamente ad addetti ai lavori, professionisti del settore, educatori, formatori, ma anche semplici cittadini che vogliono conoscere di più sé stessi e il proprio rapporto con gli altri.Italy Needs Sex Education compie un vero e proprio atto di supplenza culturale nei confronti dello Stato italiano. E io voglio fare di tutto per supportarli in questo.Il 13 gennaio parte il nuovo corso INSE, nell’ambito di un percorso in cui ascolterò professionisti e porterò a mia volta la mia esperienza da comunicatore che da anni lavora sui social e su questi temi.Spero di vedere tanti di voi iscrivervi, partecipare, condividere anche con il passaparola.È un atto di crescita personale e collettiva che come cittadini abbiamo il diritto e il dovere di compiere.


 

Luca Vergallito, Tommaso Giacomel e una filosofia di allenamento comune tra ciclismo e biathlon: “Alleniamo l’endurance puro”

Il 28enne ciclista milanese e la stella del biathlon azzurro hanno parlato con Olympics.com di tanti aspetti legati ai miglioramenti nei rispettivi sport e dei grandi obiettivi del futuro prossimo.

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Di Michele Pelacci12 gennaio 2026 09:44



Foto di 2024 Getty Image




Prima dell’inizio del Giro di Lombardia dell’11 ottobre 2025, ultima Classica Monumento del calendario ciclistico, uno dei ciclisti italiani più fermati dai tifosi e richiesto per autografi è Luca Vergallito.
La partenza della Classica delle Foglie Morte, da Piazza Cavour a Como, è molto vicina alla sua Milano e tante persone lombarde appassionate di ciclismo supportano “Il Bandito”, suo soprannome di vecchia data.
La sua storia è piuttosto peculiare: oggi Vergallito è arrivato a gareggiare nel massimo livello del ciclismo professionistico, il World Tour, ma non è sempre stato scontato che ci arrivasse. Anzi: a un certo punto della propria giovane carriera, Vergallito aveva detto addio al sogno di diventare un professionista.
Vergallito è laureato in Scienze Motorie e ha un approccio moderno e scientifico alla preparazione psicofisica. Di temi legati alla prestazione sportiva parla anche in un podcast, “Ciclismo KOMpetente”, che registra con Mattia Gaffuri (altro ciclista lombardo appena entrato nel World Tour).
Svariate volte ospite del podcast di Vergallito e Gaffuri, la stella del biathlon italiano Tommaso Giacomel è a sua volta grande appassionato e studioso di scienza applicata allo sport. I tre si conoscono, si stimano a vicenda e riflettono spesso di tutto ciò che sta attorno al complicato mondo della prestazione sportiva.
Ciclismo e biathlon sono due sport molto diversi, eppure le metodologie di allenamento sono “praticamente identiche”, ha detto Giacomel a Olympics.com in occasione del FISI Media Day di metà ottobre.
A differenza di chi va in bicicletta per lavoro, però, Giacomel e i biathleti devono anche allenare “il tiro, che porta via tantissimo tempo” continua Giacomel.
Due sport differenti, due atleti italiani con gran voglia di emergere. Ecco le nostre interviste con Vergallito e Giacomel.



Luca Vergallito: gli obiettivi del “Bandito” del ciclismo italiano
Fino ai 17 anni Luca Vergallito non andava nemmeno in bicicletta a tempo pieno. Praticava il triathlon, e solo nel 2014 ha iniziato a concentrarsi a tempo pieno sul ciclismo.
Fin da subito la scelta si rivela azzeccata. Nel maggio 2015 Vergallito vince il Campionato provinciale bergamasco con la squadra giovanile nella quale correva allora, il Team F.lli Giorgi.
Poi, nel 2017, qualcosa si rompe. Pur continuando ad andare in bici, al secondo anno nella categoria U23 Vergallito non si diverte più come prima a gareggiare. Riduce sempre più gli allenamenti, preferendo dedicarsi alla carriera accademica.
Come scrive lui stesso sul suo sito, per sei mesi all’inizio del 2022 ha svolto un tirocinio accademico a Leuven, in Belgio, per “approfondire le mie conoscenze relative alla fisiologia dell’esercizio fisico, e alla teoria e metodologia dell’allenamento”.
Nel frattempo è tornato a gareggiare. Tra 2020 e 2022 vince diverse corse amatoriali, tra cui alcune delle Granfondo più importanti d’Italia. In questo la sua storia è simile a quella di Monica Trinca Colonel (i due peraltro sono molto amici).



La grande occasione, per Vergallito, capitò quando vinse un concorso organizzato dall’allora Alpecin-Deceuninck. Si trattava di pedalate non in strada, bensì su rulli smart (che registrano cioè potenza espressa sui pedali e altri valori): parteciparono oltre 160.000 ciclisti dilettanti. Vergallito ottenne un posto nella squadra che ora si chiama Alpecin-Premier Tech e in cui sta dimostrando di andare forte.
Una tappa sfiorata alla Vuelta a España e piazzamenti in corse World Tour di una settimana dimostrano che in salita i suoi valori sono di altissimo livello. Gli obiettivi per il 2026 sono chiari: “Fare un piccolo salto di livello. Ma è ciò che provano a fare tutti, e molti ce la fanno. Per cui il livello si alza sempre di più ogni anno” ha detto Vergallito a Olympics.com prima della partenza del Giro di Lombardia 2025.
La crescita di Luca Vergallito nel ciclismo mondiale, tra scienza e allenamenti
L’ascesa di Vergallito è stata molto seguita da chi s'interessa di ciclismo e lo pratica. Oltre a quanto fa in bici, tante persone sono incuriosite dalle tante informazioni utili che lui e Gaffuri danno sul loro podcast: una di queste riguarda la possibilità di avere notevoli benefici durante l’allenamento semplicemente aggiungendo zucchero semplice nella borraccia.
Vergallito, che ha citato la nutrizione (“un po’ un tabù”) tra i motivi per cui smise di gareggiare da adolescente, ne parla spesso come del “protocollo”: nel ciclismo di oggi si devono ingerire sempre più carboidrati. La sua colazione prima del Giro di Lombardia 2025 ?
“Riso con miele e Nutella, tutto assieme. Un piatto unico, da provare. Sul serio! Poi mi sono bevuto una bevanda energetica” ha detto Vergallito a Olympics.com.

Gaffuri (Campione italiano gravel) e Vergallito sono stati tra i primi in Italia a parlare in modo semplice ed efficace di concetti complessi come il VO2max, test del lattato, zone di potenza e heat training.
I due condividono spesso paper scientifici che hanno letto e su cui fondano le proprie opinioni. E allenano in prima persona: Vergallito è il preparatore del Campione italiano Filippo Conca, ad esempio.
Diversi atleti che fanno sport di resistenza simili al ciclismo, come il biathleta Tommaso Giacomel, condividono la filosofia di fondo e sono diventati subito ascoltatori del podcast.
Tommaso Giacomel sulle differenze tra biathlon e ciclismo: “Tutti i giorni è una cronometro”
Secondo Giacomel, che dopo il weekend di gare di Oberhof è al comando della classifica generale di Coppa del mondo 2025-2026 di biathlon, tra ciclisti e biathleti è “simile il modo in cui alleniamo l’endurance puro”.
Le differenze non mancano: “Per noi è come fare una prova a cronometro sempre. Non è come fare una tappa di trasferimento in un Grande Giro di cinque ore, durante la quale magari va via la fuga. È come fare una cronometro: a tutta, tutti i giorni” ha detto Giacomel a Olympics.com.
“Nel ciclismo – continua il 25enne della Valle del Primiero –, avendo la possibilità di misurare la potenza meccanica tramite il misuratore di potenza, è abbastanza semplice analizzare e vedere numeri precisi. È tutto misurabile, hai sempre un riscontro. Cosa che da noi [nel biathlon] non c’è. A volte è brutto: vorresti delle risposte che non ci sono. Ma è anche il bello del nostro sport”.
Nel biathlon è molto difficile avere dati oggettivi. La prestazione sugli sci è “estremamente influenzabile dal tipo di neve che c’è, dal vento, dal materiale che hai sotto i piedi” e da altri fattori.
A proposito di misurabilità, Giacomel (come Vergallito e Gaffuri) conosce bene il cosiddetto “manifesto” di Nils Van der Poel, un documento nel quale il pattinatore svedese due volte oro Olimpico ha racchiuso tanti consigli sui suoi allenamenti. In poco tempo, “How to skate a 10K” è diventato un riferimento imprescindibile per chi studia le prestazioni sportive.
“Sempre di ripetibilità si parla – commenta Giacomel –. Nel pattinaggio di velocità le variabili sono molto poche. Il volume di lavoro che faceva Nils era impressionante, per il resto lui sapeva che, ad esempio, doveva metterci 30 secondi a giro. Quindi si è allenato per girare su quel ritmo. Chiaramente servono talento e motore”.
Biathlon: Tommaso Giacomel parla dell’importanza del tiro  Proprio nel podcast di Vergallito e Gaffuri, Giacomel ha raccontato che spesso non usa nemmeno il
cardiofrequenzimetro quando gareggia d’inverno, perché lo intralcerebbe nell’imbracciare la carabina con cui scia sulle spalle.
I movimenti di un biathleta, infatti, sono condizionati dal peso di circa cinque chili del fucile che si portano sulle spalle. Non avendo watt e rapporti watt/chilo con cui paragonarsi, i biathleti devono affidarsi molto di più alle sensazioni. Che diventano ancora più effimere quando si parla di precisione e freddezza al poligono.
“A volte, nel tiro, più cerchi qualcosa e meno riesci a ottenerla. Più cerchi di fare zero errori, meno volte lo farai. È uno sport che richiede mano ferma, tranquillità e molta lucidità, quindi secondo me la cosa migliore è essere spensierati. E negli ultimi tempi mi sta riuscendo molto bene” ha detto Giacomel, che nella stagione 2025-2026 sta sparando con l’87% per terra e l’85% in piedi. Mai prima d’ora ha tiratomeglio in una stagione intera di Coppa del mondo.
Il tiro può sparigliare le carte, nel biathlon. Negli ultimi mesi, Giacomel ha dimostrato di essere in grado anche di forzare un po’ sui tempi di rilascio, per cercare di perdere il meno tempo possibile al poligono. “Sapendo che avrei potuto fare un piccolo passo indietro e sparare comunque bene”. Un segnale di grande maturità tecnica, psicologica ed emotiva.
L’importante è non stare mai fermi, ma progredire sempre testando in prima persona cose nuove: “Gli allenatori mi hanno detto che facevo bene: sennò diventa estremamente monotono se fai sempre la stessa cosa”.
È anche questa grande voglia di migliorarsi dopo essersi compreso a fondo che fa di Giacomel uno dei favoriti per le medaglie ai Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026.

13.1.26

Di lui non si è parlato sui giornali. Non era un caso da prima pagina. Non rientrava nelle storie che fanno rumore .eppure Giovanni Putelli aveva 39 anni. è morto a #CransMontana

 Di lui non si è parlato sui giornali.Non era un caso da prima pagina.Non rientrava nelle storie che fanno rumore.Eppure era un padre di due bambini piccoli.E questo dovrebbe bastare a fermarci il respiro.💔
Se n’è andato in mezzo ai più giovani, lui che giovane non lo era più.Ed è forse proprio qui che il dolore diventa più acuto.Giovanni Putelli aveva 39 anni.Un’età in cui la vita non è più una corsa leggera, ma una somma di responsabilità.Un’età in cui ogni scelta pesa il doppio, perché dietro non c’è solo te stesso, ma due figli di 3 e 5 anni che ti aspettano e danno un senso a ogni giorno.Si trovava a Crans-Montana per lavoro.Tre anni prima aveva fatto una scelta difficile: lasciare tutto e
ripartire altrove.
Senza annunci, senza scene.Solo la volontà concreta di costruire qualcosa di stabile, di esserci davvero.Quella sera non era nemmeno in servizio.Era il suo giorno libero.Un momento qualunque, come tanti, in un posto qualunque.Poi qualcosa si rompe.Le fiamme.Il fumo che invade.Il panico che corre più veloce delle persone.Giovanni si trovava al piano superiore, al bar.Avrebbe potuto restare lì.Avrebbe potuto pensare solo a salvarsi.Ma non lo ha fatto.È sceso.Per aiutare.Per non lasciare indietro nessuno.Forse qualcuno si è salvato anche grazie a lui.Lui no.Non c’è nulla di spettacolare in questa storia.Nessuna telecamera accesa.Nessun applauso.Solo un uomo che, nel momento più pericoloso, ha scelto di non voltarsi.Mentre tutto succedeva, sua sorella lo cercava.Ovunque.Messaggi, appelli, attese cariche di speranza.Poi il vuoto.Quel vuoto che arriva quando le risposte fanno troppo male per essere dette.Il fratello Angelo ha scritto:«Grazie per l’affetto e la vicinanza che ci avete donato».Parole semplici.Quelle che restano quando il dolore è troppo grande per essere spiegato.Giovanni non era più un ragazzo.Era un papà.Era un fratello.Era un uomo che stava provando a costruire un domani.Ed è morto come spesso muoiono le persone migliori:mentre facevano qualcosa per qualcun altro, senza sapere se sarebbero tornate indietro.Restano due bambini troppo piccoli per capire.Resterà il ricordo di un padre che non ha avuto paura di fare un passo avanti.Resterà una scelta che parla più di mille parole.E resta una domanda che pesa:quante persone comuni compiono gesti straordinari senza che il mondo faccia in tempo a dirgli grazie?


scusi, giovane e libera signora, mi farebbe fare un tiro?

 da  non fumatore   devono riconoscere  che   spesso la  sigaretta ha    un valore  simbolico  .Infatti ecco  cosa  dice   Celestino Tabasso  su  caffe   corretto unione  sarda  del 13\12026 

Ieri sulla scena dell’informazione sono riapparse le sigarette. Non è significativo di nulla, non è un sintomo di una “tendenza” o di un “fenomeno” o di chissà che: è una coincidenza. Però apparivano in tre fotogrammi che forse per un po’ ricorderemo. E faceva un effetto un po’ strano, come vedere la foto di un tale con gli occhiali bifocali o con l’autoradio estraibile sotto il braccio (e se vogliamo è la dimostrazione che abbiamo interiorizzato la sacrosanta legge Sirchia come se non fossero passati 23 anni ma un’epoca intera). La prima è di Sean Penn che se la spipacchia, con aria un po’ guascona e un po’ da da tossico, al galà per i Golden Globes. E fin qui interessa poco: ultimamente l’America ha prodotto anche roba più notevole, in fatto di arroganza impunita. Poi c’è Trentini (bentornato) che chiede una sigaretta dopo 423 giorni di prigionia venezuelana, e questa più che altro fa tenerezza. Ma poi c’è la giovane iraniana senza velo che se la accende in piazza, usando come cerino una foto in fiamme della Guida Suprema Ali Khamenei. E in questo scatto c’è un tale disprezzo per quel vecchio bigotto assatanato di potere, c’è quella splendida e provvisoria immortalità che si ha da ragazzi, c’è una capacità così laicamente divina di snobbare quegli sbirri maschilisti e assassini che verrebbe da dirle: scusi, giovane e libera signora, mi farebbe fare un tiro?

Valore  confermato dal  libro ( e  poi  film omonimo Regia di Aureliano Amadei. Un film con Vinicio Marchioni, Carolina Crescentini, Giorgio Colangeli, Orsetta De Rossi, Alberto Basaluzzo. Cast completo Genere Drammatico, - Italia, 2010, durata 94 minuti ) , vedere foto in alto a sinistra ,Venti sigarette a Nassirya di Aureliano Amadei e Francesco Trento Einaudi, 2005 . Libro  che gelosamete   conservo con le  dediche degli autori  











La differenza la fa chi resta

 


















Non aiuti un ragazzo togliendogli qualcosa.

Lo aiuti dando qualcosa che spesso gli manca: una presenza che non si spegne.

Perché un adolescente non cerca un’app.

Cerca qualcuno che regga il suo mondo quando trema.

Qualcuno che non cambia strada se lui è confuso, agitato, arrabbiato o silenzioso.

A volte ci illudiamo che basti limitare gli schermi, controllare gli accessi, ridurre le ore online.

Ma un ragazzo non si salva spegnendo un telefono.

Si salva quando capisce che non deve urlare per essere ascoltato.

Che non deve recitare una parte per essere accettato.

Che non deve ferirsi per essere visto.

Un ragazzo si salva quando trova un adulto che rimane.

Che si siede accanto anche quando non sa da dove iniziare.

Che lascia spazio alle parole ma anche ai silenzi.

Che non giudica, non minimizza, non si spaventa delle sue emozioni grandi.

A volte basta un gesto semplice:

un “sono qui se vuoi”

detto con sincerità, non per dovere.

Perché quando un adolescente percepisce che qualcuno c’è davvero — non di passaggio, non a metà — allora inizia a respirare diverso.

Allora capisce che il mondo fuori può essere duro, ma non è tutto così.

Che esiste un posto dove non deve essere perfetto.

Un posto dove può essere fragile senza sentirsi sbagliato.

Questa è prevenzione:

non controllo, ma cura.

Non regole, ma relazione.

Non distanza, ma presenza.

Restare accanto non risolve tutto, è vero.

Ma fa la differenza tra sentirsi soli e sentirsi al sicuro.

E per un ragazzo, questo cambia tutto.

L' Eco del Silenzio 

 

12.1.26

Italian science leads on: Ciriaco Goddi and the crew who photographed a black hole - L'uomo che fotografa ibuchi neri e combatte i terrapiattisti Lamia Sardegna Ciriaco Goddi da aspirante seminarista a scienziato



in curiosito dall'articolo della nuova sardegna del 12\1\2026 che trovate sotto ho cercato onde evitare screen shot e le vostre lamentele , ho trovato su quest articlo bilingue  https://italoamericano.org/  da  cui  ho preso la  prima foto 


che propongo sia in inglese ( per far contenti. i lettori ( stranieri ) sia in italiano



Italian science leads on: Ciriaco Goddi and the crew who photographed a black hole
By barbara minafra | May 9, 2019

Ciriaco Goddi is in charge of the BlackHoleCam project, that managed to take the time-defining photo of a black hole in recent weeks @ Ciriaco Goddi


It is considered the photo of the century. He has not (yet) won the Pulitzer but has shown Einstein’s General Relativity. With two super-computers, one at Boston’s MIT, and a network of radio telescopes from 12 to 30 meters in diameter on the various continents, it immortalized a piece of science fiction: the horizon of events, the distortion of space-time, the shadow of a black hole.

A Nobel Prize project.



L’Italo-Americano interviewed the Sardinian astrophysicist in charge of the BlackHoleCam project. Ciriaco Goddi, 43, degree and PhD in Physics at the University of Cagliari, three years at Harvard, Germany, and in Holland since 2012. All the way to EHT: Event Horizon Telescope, the international project that measures the enormous mass of the black hole at the center of a galaxy 55 million light years away from Earth. Italy participates with several scientists, the National Institute of Astrophysics (Inaf) and the National Institute of Nuclear Physics (Infn).

What types of emotions, personal and scientific, do you feel when looking at this part of the universe?

During the past weeks, I have understood that a photo of a black hole can give emotions to everyone, even those who are not experts in science or astrophysics.

As researchers, we spent decades waiting for this, so ours is a different, more personal type of joy, as we see our dream come true. But even I, who have worked for years on this project, feel a unique emotion when I look at that image, knowing it is a ring of matter and light shaped by space-time deformation, a consequence of the very strong gravity associated with the massive object at its center: a black hole. Not a simulation or an animation — we have seen thousand of those — but the very shadow of a black hole, a place from which not even light can escape, just as Einstein had predicted.


Ciriaco Goddi in his office © Ciriaco Goddi

What can you see beyond that black circle wrapped in incandescent light?

Looking at the image, one can imagine what happens to the plasma orbiting around the black hole, rotating at speeds close to that of light, accelerating and gradually descending the spiral staircase that leads it beyond the event horizon, where it disappears for ever, swallowed by the black hole itself.

It’s almost like one can feel (and not just see) the luminous eddy of matter that coils around until it disappears into the deep black of that hole.

Someone defined the event horizon the “gates of eternity.” It is a beautiful thought, it gives the chills. And the awareness that, from now on, the event horizon is no longer just an immaterial mathematical concept — the mathematical solution of a theory — but has become a physical object, observable and measurable by scientific method, is a huge achievement for us astrophysicists, and an exciting idea in general.

Even if we don’t know what happens in there, the mere fact of being able to see it with our own eyes makes science fiction dreams less surreal.


The black hole at the center of M37 @INAF

Your contribution is a “great step of humanity.” What does it feel like to have helped create a new page in the history of astrophysics?

When we started, we were aware of the difficulties. We were pushing the limits of current technology, but at the same time we were sure we would succeed. It was a long journey, an emotional one, at times.

This result comes more than 100 years after the publication of Einstein’s Theory of General Relativity and Schwarzschild’s mathematical solution that predicts the singularity and existence of black holes (at least mathematically). After the pioneering studies of the 1970s, which used the first simulations to predict black holes’ appearance (if they could have been observed), in 2000 we had the intuition that observing the super-massive black hole at the center of the Milky Way could have been possible thanks to the technology available.

Thoughts went in particular to the very-long baseline interferometry technique (VLBI) used by EHT, which was followed by a successful technological development (started about 20 years ago) aimed at applying this technique to high radio frequencies (used by EHT). Projects began being developed in the United States and Europe around 4-5 years ago, and they were dedicated exclusively to this goal. They developed first independently and then jointly, with the first global observation campaign taking place in 2017. There was a scrupulous work on the elaboration of the data collected in the last 2 years, which finally allowed us to see what seemed invisible: the black hole. Now we know what it looks like. It took a long time, but we’ve finally succeeded. It’s incredible.


Italy participates with several scientists, the National Institute of Astrophysics (Inaf) and the National Institute of Nuclear Physics (Infn). © Ciriaco Goddi

An enormous effort.

I can say that the image of the black hole at the center of the M87 Galaxy is, simultaneously, a great success of scientific research and an exciting representation of something we could only imagine until now. The success of research lies in a new proof of Einstein’s Theory of Relativity, but above all it is a further confirmation of the impact international collaboration and large infrastructures can have on the future of human knowledge.


Event Horizon Telescope, the international project that measures the enormous mass of the black hole at the center of a galaxy 55 million light years away from Earth © Ciriaco Goddi

What was the role of Italian scientists in this project?

Luciano Rezzolla (University of Frankfurt), one of the 3 PIs of BHC, and I, have been involved since 2014. Another researcher, Mariafelicia de Laurentis, full professor at the University of Naples and affiliated with Infn, joined the Frankfurt group as an expert on gravitation theories in 2016. In 2018, we introduced to BlackHoleCam two researchers from the Italian ALMA Regional Center node (INAF – IRA in Bologna), Elisabetta Liuzzo and Kazi Rygl, who became members of the EHT Consortium through their affiliation with BHC.

Then we should also include Violette Impellizzeri, who works in Chile for Atacama Large Millimeter Array (ALMA), the largest terrestrial radio telescope, who contributed decisively to the collection of data necessary to obtain the image of the supermassive black hole at the center of M87. As an astronomer and as responsible for the calibration of ALMA as a VLBI station, I carried out all the observing campaigns in the Atacama desert in Chile. With Violette, we spent many nights watching M87 with ALMA. Although not a full member, Violette is a co-signer of the article published in the Astrophysical Journal, which reported the image.

From now on we can talk about a new era of research. What does this exactly mean?

The certainty of being part of an epochal change, a passage between “before” and “after” is extremely exciting. We can really say that, from today, physics are no longer the same. What until yesterday was only an immaterial mathematical concept, a mathematical solution to a theory, has now become a physical object, observable and measurable by scientific method. A sort of laboratory where we can carry out experiments about gravity, to which we didn’t have access before. This is what black holes are now.

Our hope was, if we had ever succeeded in creating the first image of a black hole, that this photo could end up in textbooks. I hope this will really happen. History books will be divided between the times before and after this image was taken.

The photo proved human theories — human imagination — right…

This experiment —its result — could be the beginning of a new era. For the first time we see the event horizon and we can study general relativity on a scale and regime unimaginable before. And the most surprising aspect is that everything we see is perfectly in agreement with the prediction provided by the Theory of Relativity. Einstein also passed this test with tremendous success! Incredible and excellent, Einstein, who initially did not believe in the concept of black holes and had to struggle a bit with the idea of ​​the event horizon. Today, after a hundred years, we showed it is a reality of the universe. This would have been absolutely incredible to him. Another great scholar of black holes, Stephen Hawking, died too early to see this result, but he would have had the same emotional reaction we had in finally seeing the ultimate limit of space and time. This is really the golden decade to study black holes.

What’s inside a black hole?

We don’t know, since we can’t access it.

Perhaps there is matter that cannot be compacted, or perhaps matter has already been entirely concentrated into one sole entity, just as it happened for the Big Bang (exciting no?),and has been “converted” into a curvature of space-time … who knows!

Speculating is free, since nobody can come back and tell us what’s in it !

What about Einstein: was his theory correct or did your observations brought some corrections to it?

The short answer is: yes, Einstein was right, at least for now.

Overall, the observed image is consistent with the expectations for the shadow of a rotating black hole with a spin different from zero —also known as Kerr black hole — as foreseen by the Theory of Relativity. However, I can say that the observations made are not consistent with many of the alternatives to Kerr black holes proposed by previous models.

It’s still science fiction today, but could it be possible to open, sooner or later, a door in time? And is the fantasy-scientific idea of using black holes as “hyperspace slings” in any way theoretically possible?

For the moment, space travel is only possible within the Solar System. But it is also true that some mathematical solutions to Einstein’s equations (and to other theories of gravity) seem to suggest the possibility of traveling between any two points in space and time. This is a direct consequence of the space-time curve around an intense gravitational field, as predicted by Einstein’s relativity.

The most representative case is that of the so-called Wormhole, which could be described as a tunnel, a “shortcut” in space-time. In addition to the three spatial dimensions, Einstein’s equations include time as the fourth dimension: it follows that the presence of a black hole also curves time, and thus allows time travel. These, however, are hypothetical considerations. I mean, here we go into science fiction. In fact, the Wormhole is the preferred way for a writer or a science fiction director to explain space travel. Think of the 2014 Hollywood movie Interstellar, with Matthew McConaughey playing a NASA astronaut who has the task of exploring 3 planets in another galaxy with the hope that one can host humanity. And how does it get there? Through a Wormhole that allows you to cut through the 26.000 years you’d need to get there … in short, McConaughey would have died a long time before arriving!

What is your next research project?

I will certainly continue to work on this project: we are only at the beginning. We have yet to fully study another black hole, the one at the center of the Milky Way, Sagittarius A*; the magnetic fields originated by polarized light from M87 and Sgr A *; to compare images from different eras. One of the next steps of the EHT project will be to move from a static image to a movie.

Starting from 2020, we would like to add new telescopes to the network, particularly in Arizona, France, Argentina and maybe Africa. Since the Earth has already been used to its full capacity, we would like to go into space and use the VLBI technique with satellites, which would allow us to go beyond the earth’s dimensions as the diameter of our virtual telescope. Going into space would allow to observe shorter wavelengths or longer frequencies and have even higher resolutions.

In short, in the next decade we will still be very busy with BlackHoleCam, with the aim of improving our measurements and testing even more precisely the general theory of Einstein’s relativity.




E' considerata la foto del secolo. Non ha (ancora) vinto il Pulitzer, ma ha mostrato la Relatività Generale di Einstein. Con due supercomputer, uno al MIT di Boston, e una rete di radiotelescopi da 12 a 30 metri di diametro nei vari continenti, immortalò un pezzo di fantascienza: l'orizzonte degli eventi, la distorsione dello spaziotempo, l'ombra di un buco nero.

Un progetto da premio Nobel.



L'Italo-Americano ha intervistato l'astrofisico sardo responsabile del progetto BlackHoleCam. Ciriaco Goddi, 43 anni, laureato e dottorato in Fisica presso l'Università di Cagliari, tre anni ad Harvard, Germania, e in Olanda dal 2012. Fino a EHT: Event Horizon Telescope, il progetto internazionale che misura l'enorme massa del buco nero al centro di una galassia a 55 milioni di anni luce dalla Terra. L'Italia partecipa insieme a diversi scienziati, l'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn).

Che tipo di emozioni, personali e scientifiche, provi guardando questa parte dell'universo?

Nelle ultime settimane, ho capito che una foto di un buco nero può suscitare emozioni in tutti, anche in chi non è esperto di scienza o astrofisica.

Come ricercatori, abbiamo passato decenni ad aspettare questo, quindi la nostra è una gioia diversa, più personale, mentre vediamo il nostro sogno avverarsi. Ma anche io, che ho lavorato per anni a questo progetto, provo un'emozione unica quando guardo quell'immagine, sapendo che è un anello di materia e luce modellato dalla deformazione dello spazio-tempo, conseguenza della forte gravità associata all'oggetto massiccio al suo centro: un buco nero. Non una simulazione o un'animazione — ne abbiamo viste migliaia — ma l'ombra stessa di un buco nero, un luogo da cui nemmeno la luce può uscire, proprio come aveva previsto Einstein.


Ciriaco Goddi nel suo ufficio © Ciriaco Goddi

Cosa puoi vedere oltre quel cerchio nero avvolto da una luce incandescente?

Guardando l'immagine, si può immaginare cosa succede al plasma che orbita attorno al buco nero, ruotando a velocità vicine a quella della luce, accelerando e scendendo gradualmente la scala a chiocciola che lo conduce oltre l'orizzonte degli eventi, dove scompare per sempre, inghiottito dallo stesso buco nero.

È quasi come se si potesse sentire (e non solo vedere) il vortice luminoso di materia che si avvolge intorno finché non scompare nel nero profondo di quel buco.

Qualcuno ha definito l'orizzonte degli eventi come le "porte dell'eternità." È un pensiero bellissimo, fa venire i brividi. E la consapevolezza che, d'ora in poi, l'orizzonte degli eventi non è più solo un concetto matematico immateriale — la soluzione matematica di una teoria — ma è diventato un oggetto fisico, osservabile e misurabile dal metodo scientifico, è un enorme traguardo per noi astrofisici, e un'idea entusiasmante in generale.

Anche se non sappiamo cosa succede lì dentro, il solo fatto di poterlo vedere con i nostri occhi rende i sogni fantascientifici meno surreali.


Il buco nero al centro di M37 @INAF

Il tuo contributo è un "grande passo dell'umanità." Che sensazione si prova ad aver contribuito a creare una nuova pagina nella storia dell'astrofisica?

Quando abbiamo iniziato, eravamo consapevoli delle difficoltà. Stavamo spingendo i limiti della tecnologia attuale, ma allo stesso tempo eravamo sicuri di avere successo. È stato un viaggio lungo, a volte emotivo.

Questo risultato arriva più di 100 anni dopo la pubblicazione della Teoria della Relatività Generale di Einstein e della soluzione matematica di Schwarzschild che prevede la singolarità e l'esistenza dei buchi neri (almeno matematicamente). Dopo gli studi pionieristici degli anni '70, che utilizzarono le prime simulazioni per prevedere la comparsa dei buchi neri (se avessero potuto essere osservati), nel 2000 ebbîmmo l'intuizione che osservare il buco nero supermassiccio al centro della Via Lattea avrebbe potuto essere possibile grazie alla tecnologia disponibile.

I pensieri si sono rivolti in particolare alla tecnica di interferometria a base molto lunga (VLBI) utilizzata dall'EHT, seguita da uno sviluppo tecnologico di successo (iniziato circa 20 anni fa) volto ad applicare questa tecnica alle alte frequenze radio (usata dall'EHT). I progetti sono iniziati a essere sviluppati negli Stati Uniti e in Europa circa 4-5 anni fa, e sono stati dedicati esclusivamente a questo obiettivo. Si sono sviluppate prima in modo indipendente e poi congiuntamente, con la prima campagna globale di osservazione che si è svolta nel 2017. C'è stato un lavoro scrupoloso sull'elaborazione dei dati raccolti negli ultimi due anni, che ci ha finalmente permesso di vedere ciò che sembrava invisibile: il buco nero. Ora sappiamo come appare. Ci è voluto molto tempo, ma alla fine ci siamo riusciti. È incredibile.


L'Italia partecipa insieme a diversi scienziati, l'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). © Ciriaco Goddi

Uno sforzo enorme.

Posso dire che l'immagine del buco nero al centro della galassia M87 è, allo stesso tempo, un grande successo della ricerca scientifica e una rappresentazione entusiasmante di qualcosa che fino ad ora potevamo solo immaginare. Il successo della ricerca risiede in una nuova dimostrazione della Teoria della Relatività di Einstein, ma soprattutto è un'ulteriore conferma dell'impatto che la collaborazione internazionale e le grandi infrastrutture possono avere sul futuro della conoscenza umana.


Event Horizon Telescope, il progetto internazionale che misura l'enorme massa del buco nero al centro di una galassia a 55 milioni di anni luce dalla Terra © Ciriaco Goddi

Qual è stato il ruolo degli scienziati italiani in questo progetto?

Luciano Rezzolla (Università di Francoforte), uno dei 3 PI del BHC, e io siamo coinvolti dal 2014. Un'altra ricercatrice, Mariafelicia de Laurentis, professoressa ordinaria all'Università di Napoli e affiliata a Infn, si è unita al gruppo di Francoforte come esperta di teorie della gravità nel 2016. Nel 2018, abbiamo presentato a BlackHoleCam due ricercatrici del nodo italiano del Centro Regionale ALMA (INAF – IRA a Bologna), Elisabetta Liuzzo e Kazi Rygl, che sono diventate membri del Consorzio EHT grazie alla loro affiliazione con BHC.

Dovremmo includere anche Violette Impellizzeri, che lavora in Cile per l'Atacama Large Millimeter Array (ALMA), il più grande radiotelescopio terrestre, che ha contribuito in modo decisivo alla raccolta dei dati necessari per ottenere l'immagine del buco nero supermassiccio al centro di M87. Come astronomo e responsabile della calibrazione di ALMA come stazione VLBI, ho condotto tutte le campagne di osservazione nel deserto di Atacama in Cile. Con Violette, abbiamo passato molte notti a guardare M87 con ALMA. Sebbene non sia membro a pieno titolo, Violette è cofirmatrice dell'articolo pubblicato sull'Astrophysical Journal, che ha riportato l'immagine.

D'ora in poi potremo parlare di una nuova era della ricerca. Cosa significa esattamente questo?

La certezza di far parte di un cambiamento epocale, un passaggio tra "prima" e "dopo" è estremamente entusiasmante. Possiamo davvero dire che, da oggi, la fisica non è più la stessa. Ciò che fino a ieri era solo un concetto matematico immateriale, una soluzione matematica di una teoria, è ora diventato un oggetto fisico, osservabile e misurabile dal metodo scientifico. Una sorta di laboratorio dove possiamo condurre esperimenti sulla gravità, a cui prima non avevamo accesso. Questo è ciò che sono ora i buchi neri.

La nostra speranza era che, se fossimo mai riusciti a creare la prima immagine di un buco nero, questa foto potesse finire nei libri di testo. Spero che questo succeda davvero. I libri di storia saranno divisi tra i tempi precedenti e quelli successivi a questa immagine.

La foto confermò che le teorie umane — l'immaginazione umana — erano giuste...

Questo esperimento — il suo risultato — potrebbe essere l'inizio di una nuova era. Per la prima volta vediamo l'orizzonte degli eventi e possiamo studiare la relatività generale su una scala e un regime prima inimmaginabili. E l'aspetto più sorprendente è che tutto ciò che vediamo è perfettamente in accordo con la previsione fornita dalla Teoria della Relatività. Anche Einstein superò questo test con un enorme successo! Incredibile ed eccellente, Einstein, che inizialmente non credeva nel concetto di buchi neri e dovette lottare un po' con l'idea dell'orizzonte degli eventi. Oggi, dopo cento anni, abbiamo dimostrato che è una realtà dell'universo. Sarebbe stato assolutamente incredibile per lui. Un altro grande studioso dei buchi neri, Stephen Hawking, morì troppo presto per vedere questo risultato, ma avrebbe avuto la stessa reazione emotiva che abbiamo avuto noi nel vedere finalmente il limite ultimo dello spazio e del tempo. Questa è davvero la decade d'oro per studiare i buchi neri.

Cosa c'è dentro un buco nero?

Non lo sappiamo, visto che non possiamo accedervi.

Forse esiste materia che non può essere compattata, o forse la materia è già stata completamente concentrata in un'unica entità, proprio come è successo con il Big Bang (eccitante, no?), ed è stata "convertita" in una curvatura dello spazio-tempo ... Chissà!

Speculare è gratis, visto che nessuno può tornare a dirci cosa c'è dentro!

E Einstein: la sua teoria era corretta o le tue osservazioni hanno portato qualche correzione?

La risposta breve è: sì, Einstein aveva ragione, almeno per ora.

Nel complesso, l'immagine osservata è coerente con le aspettative per l'ombra di un buco nero rotante con uno spin diverso da zero — noto anche come buco nero di Kerr — come previsto dalla Teoria della Relatività. Tuttavia, posso dire che le osservazioni fatte non sono coerenti con molte delle alternative ai buchi neri di Kerr proposte dai modelli precedenti.

Oggi è ancora fantascienza, ma sarebbe possibile aprire, prima o poi, una porta nel tempo? E l'idea fantasy-scientifica di usare i buchi neri come "fionde" per l'iperspazio è in qualche modo teoricamente possibile?

Per il momento, i viaggi spaziali sono possibili solo all'interno del Sistema Solare. Ma è anche vero che alcune soluzioni matematiche alle equazioni di Einstein (e ad altre teorie della gravità) sembrano suggerire la possibilità di viaggiare tra due punti qualsiasi nello spazio e nel tempo. Questa è una conseguenza diretta della curva spazio-temporale attorno a un intenso campo gravitazionale, come previsto dalla relatività di Einstein.

Il caso più rappresentativo è quello del cosiddetto Wormhole, che potrebbe essere descritto come un tunnel, una "scorciatoia" nello spazio-tempo. Oltre alle tre dimensioni spaziali, le equazioni di Einstein includono il tempo come quarta dimensione: ne consegue che la presenza di un buco nero curva anche il tempo, permettendo così il viaggio nel tempo. Queste, tuttavia, sono considerazioni ipotetiche. Qui entriamo nella fantascienza. In effetti, il Wormhole è il modo preferito per uno scrittore o un regista di fantascienza per spiegare i viaggi spaziali. Pensate al film hollywoodiano del 2014 Interstellar, con Matthew McConaughey che interpreta un astronauta della NASA che ha il compito di esplorare 3 pianeti in un'altra galassia con la speranza che uno possa ospitare l'umanità. E come ci arriva? Attraverso un cunicolo spaziale che ti permette di tagliare i 26.000 anni necessari per arrivarci... in breve, McConaughey sarebbe morto molto prima di arrivare!

Qual è il tuo prossimo progetto di ricerca?

Continuerò certamente a lavorare su questo progetto: siamo solo all'inizio. Non abbiamo ancora studiato appieno un altro buco nero, quello al centro della Via Lattea, Sagittario A*; i campi magnetici originati dalla luce polarizzata di M87 e Sgr A*; per confrontare immagini di epoche diverse. Uno dei prossimi passi del progetto EHT sarà passare da un'immagine statica a un film.

A partire dal 2020, vorremmo aggiungere nuovi telescopi alla rete, in particolare in Arizona, Francia, Argentina e forse in Africa. Poiché la Terra è già stata utilizzata a piena capacità, vorremmo andare nello spazio e utilizzare la tecnica VLBI con i satelliti, che ci permetterebbe di andare oltre le dimensioni terrestri come diametro del nostro telescopio virtuale. Andare nello spazio permetterebbe di osservare lunghezze d'onda più corte o frequenze più lunghe e avere risoluzioni ancora più elevate.






In breve, nel prossimo decennio saremo ancora molto impegnati con BlackHoleCam, con l'obiettivo di migliorare le nostre misurazioni e testare ancora più precisamente la teoria generale della relatività di Einstein.










utopia

 


vero. ma le utopie aiutano a vivere meglio nella speranza di vederle realizzate. chi è senza speranza è un uomo morto.

11.1.26

Mario Sotgiu e i suoi mille racconti: «Arzachena, una storia straordinaria»Il creatore del museo più piccolo d’Italia è il custode della memoria della sua città



Arzachena
È più forte di lui. Anche quando dovrebbe essere il protagonista del racconto, Mario Sotgiu, il presidente dell’associazione “La scatola del tempo”, non può fare a meno di parlare di Arzachena, della sua storia, dei suoi protagonisti e delle ultime scoperte fatte sulla sua fondazione. Una passione nata oltre quaranta anni fa che, di fatto, lo ha reso depositario e custode della memoria della città. Passione da cui è poi nato un impegno: raccontare a concittadini e visitatori le scoperte fatte, coinvolgendoli in iniziative culturali e mostre, spesso realizzate in collaborazione con altre associazioni locali. In biblioteca il prossimo ciclo di incontri organizzato dal Comune. Un pezzo di storia, per esempio, risiede
nell’ufficio dove ha sede la sua agenzia di comunicazione e creazione grafica Msd&partners, con cui organizza molte rassegne culturali. Ad aprirlo è stato il padre Bastiano Sotgiu, il geometra che tracciò i confini della Costa Smeralda. «Lui è stato uno dei tanti emigrati al Nord. Si è diplomato a Torino e ha lavorato nello studio topografico più importante del Piemonte, ma sempre con il sogno di tornare. Aveva già conosciuto mia madre, ma era rassegnato a un futuro fuori». E invece successe che un certo Duncan Miller, uno degli investitori della Costa Smeralda, stesse cercando un geometra. «Quella – indica una riproduzione appesa al muro – è la prima fattura che gli fece». Si trattava del noleggio di un’auto. Non è più andato via ed è diventato testimone della metamorfosi di Monti di Mola.
Andrebbe avanti per ore, Mario. «Questa – mostra una fotografia in bianco e nero – è Arzachena ai primi del Novecento, senza tutte le terrazze che ci sono ora. Era già carina». E ancora, i viaggiatori inglesi del Settecento che arrivavano con la scorta armata terrorizzati dai banditi, i problemi di viabilità – per andare a pagare le tasse a Tempio, prima dell’autonomia, ci volevano due giorni a cavallo – la nascita del primo albergo a metà degli anni Cinquanta e così via. La sua passione per la storia locale è talmente grande da essere incontenibile. E infatti non la contiene. «Quando scopri certe cose hai il dovere di raccontarle, io non posso tenerle per me», dice sorridendo. Una passione nata a Londra nell’inverno del 1983. «Studiavo inglese in una scuola vicino al British Museum, dove andavo con degli amici a rifugiarmi per il freddo – racconta –. Durante una delle passeggiate, ho conosciuto il direttore, mister David, che mi ha spiegato tutto del museo». La miccia, però, è esplosa alla British Library. «Mi sono imbattuto in un testo di William Henry Smyth che nel 1828 descrisse il villaggio d’Arzachena. Lì si è messo in moto tutto, un disastro», dice ridendo. E anche il nome dell’associazione ha avuto lì la sua origine. «Mister David mi fece vedere una stanza tutta tappezzata di cartografie antiche: “This is my time box”, disse, “Questa è la mia scatola del tempo”». L’associazione con quel nome è poi nata nel 2014 con la prima mostra, guarda caso, di carte antiche, recuperate anche nei mercati inglesi: una delle prime l’ha trovata a Camden Town. «La spacciavano come carta del Veneto, ma io ho riconosciuto i toponimi: era del 1793 e parlava del golfo di Arzachena».
E poi l’esperienza del Museo più piccolo d’Italia, chiuso nel 2024 e riaperto come “Mimu” grazie alla Fondazione Demuro, le mostre fotografiche – in corso adesso, nella chiesetta di San Pietro, c’è “La società delle parole estinte” – il trekking urbano, il Museo del pane. Ma oltre che al passato di Arzachena, Mario Sotgiu guarda anche al suo futuro. «Immagino un percorso semplice, ma ricco di locali e piccole gallerie d’arte, che parta da via Ruzittu, attraversi piazza Risorgimento e arrivi fino alla chiesa di Santa Lucia. Ci sarà pure “My space”, uno spazio dove a turno gli artisti locali e non solo potranno esporre i propri lavori». Per ora, però, senza guardare lontano, l’appuntamento con la cultura è fissato per il 14 gennaio alle 16.30 alla biblioteca Manlio Brigaglia. «In tutto, gli incontri voluti dal delegato alla Pubblica istruzione Michele Occhioni, sono venti. Nel prossimo, si parlerà della storia straordinaria di Arzachena, che viene fuori poco perché siamo abbagliati dalla Costa Smeralda, ma va indietro fino al Medioevo, quando persino Porto Cervo era presente in alcune carte».

Da bullizzato a decoratore: «Quando l’arte diventa salvezza» – la storia del riscatto di Daniele Arminu dopo il buio: «Voglio portare la mia esperienza a scuola»

 Olbia C’è stato un momento in cui Daniele ha rischiato di perdere una mano
. La sinistra, la sua mano forte, perché è mancino. È lì che la sua vita cambia direzione, anche se alle spalle c’erano già anni di sofferenza, di silenzi e di ferite profonde che oggi lui chiama con il loro nome: bullismo, isolamento, depressione. Daniele Arminu ha 45 anni, è originario di Pattada e oggi lavora in tutta la Sardegna, soprattutto in Gallura,

 come decoratore. Trasforma pareti, mobili e ambienti rendendoli pezzi unici, attraverso una tecnica decorativo-pittorica personale, costruita nel tempo. Ma prima di arrivare fin qui ha attraversato un lungo periodo in cui non riusciva a stare nel mondo, né con gli altri né con se
stesso. Da bambino, e poi da ragazzo, Daniele era molto sensibile, sveglio, intuitivo. Aveva anche una forte
 passione per il disegno, che però non riuscirà a coltivare. Proprio quella sensibilità, lo rende un bersaglio. Racconta di scherni continui, di violenza psicologica, ma anche di episodi di violenza fisica subiti sia alle elementari che alle medie, in un’epoca in cui di bullismo si parlava poco e spesso veniva minimizzato. «Ti fanno sentire diverso – racconta –. E quando succede ogni giorno, finisci per crederci».
Daniele non ne parla in famiglia. Si chiude, prova ad affrontare tutto da solo. È anche per questo che, finite le scuole medie, non prosegue gli studi: è troppo giù, troppo spento, nonostante le sue capacità intellettuali. «Non ce l’avrei fatta», racconta oggi con lucidità. Entra presto nel mondo del lavoro. Fa il manovale, il muratore, lavora in cantiere. Ma anche lì le difficoltà non spariscono. Anzi. Il suo modo di essere, la tensione che si porta dentro, la fatica di stare in mezzo agli altri diventano motivo di richiami, scontri, incomprensioni. «Ero nervoso, sempre sul filo – racconta –. Non perché non avessi voglia di lavorare, ma perché mi sentivo costantemente sotto giudizio. Quelle stesse ferite nate a scuola continuavano a riemergere, proiettandosi sul lavoro e sulla mia vita. È in quegli anni che prende forma una depressione silenziosa. Ogni cosa che facevo la vedevo negativa. Non riuscivo più a credere in me». Nel suo percorso ci sono stati anche i farmaci. Daniele ne parla con rispetto: «So che per tante persone sono un aiuto. Non per me. Mi avevano spento e li ho interrotti. La svolta è arrivata da un lavoro profondo sulla testa, sulla consapevolezza. Dovevo capire cosa stavo vivendo e perché».Il punto più buio arriva dopo un litigio in cantiere. Daniele rientra a casa, la testa “va in tilt” e in un attimo succede l’irreparabile: «Ho dato un pugno contro una vetrata e ho rischiato di perdere la mano sinistra, lesionata in maniera gravissima». Seguono ospedali, interventi complessi, una riabilitazione lunga e dolorosa. Viene operato inizialmente a Ozieri, dove subisce più interventi nel tentativo di recuperare la funzionalità della mano. Ma il percorso è difficile e i risultati non sono quelli sperati: la mano non risponde, il dolore aumenta, la sensibilità diminuisce. A un certo punto alcuni suoi parenti lo convincono a tentare un’altra strada e ad andare nel Nord Italia. È a Varese che Daniele incontra due professori che prendono a cuore il suo caso: Giorgio Pilato e Mario Cherubino. Uno degli interventi dura tredici ore e mezzo. E al termine, il professor Cherubino gli dirà: “Sei stato davvero un bell’impegno”. Daniele oggi li ringrazia: «Grazie a loro ha potuto recuperare pienamente l’uso della mano sinistra, tanto da poter lavorare e a creare». È in quel tempo sospeso che avviene un’altra svolta, forse la più silenziosa ma decisiva. Daniele comincia a passare intere giornate in biblioteca. Legge, studia, recupera ciò che aveva lasciato indietro. È uno studio libero, autodidatta, ma profondo. Ed è lì che riemerge quella passione infantile mai coltivata: il disegno, l’arte, la visione. Si avvicina agli artisti che sente più vicini: Raffaello, Michelangelo, Leonardo, e soprattutto Caravaggio, «per quel modo di vedere già l’opera dentro la materia. L’arte diventa prima rifugio, poi linguaggio, infine lavoro».

L’isola degli sciamani: dalla guaritrice Minnìa al caso di Nuchis, così i sardi curano le ferite e scacciano il malocchio . Le secolari tradizioni sono sopravvissute anche all’Inquisizione della Chiesa cattolica

 Da    la  nuova  sardegna  del    13  e  del   14 gennaio 2026    di   Francesco Zizi In alcuni paesi della Sardegna nessuno ti chiede se c...