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6.4.26

Pillole di psicologia I consigli del famoso terapeuta Gerry Grassi LE PAROLE FERISCONO: COME RICONOSCERE LA VIOLENZA VERBALE



per. approfondire
https://www.serenis.it/articoli/violenza-verbale/








Sara*, 41 anni, arriva in studio dicendo: «Non mi ha mai picchiata, ma mi sento annientata».Racconta di frasi ripetute ogni giorno: «Non vali niente», «Sei incapace», «Senza di me non saresti nessuno».
Il partner non alza le mani, ma la voce, svaluta, ridicolizza. Col tempo, Sara dubita di sé, giustifica quegli attacchi come momenti di rabbia o stress. Ma avverte di essere costantemente sotto minaccia.
La violenza verbale è a tutti gli effetti una forma di abu-so. La ricerca psicologica ha mostrato che l’esposizione prolungata a svalutazione e umiliazione produce effetti comparabili a quelli della violenza fisica per l’autostima e la salute mentale. L’aggressione verbale ripetuta altera la percezione di sé e aumenta il rischio di ansia. Nel caso di Sara, il problema non è la singola frase, ma la continuità dell’attacco. Ogni episodio rafforza un messagio implicito: «Tu non conti». Questo meccanismo crea un legame basato sul dominio. E la violenza verbale, se tollerata, aumenta di intensità nel tempo.

STRATEGIA CLINICA: il lavoro terapeutico spiega che si tratta di violenza. Aiuto Sara a distinguere tra responsabilità personale e comportamento dell’altro, smontando l’idea di essere lei la causa degli insulti. La violenza verbale è spesso sottovalutata perché non lascia lividi visibili. In realtà, è una violazione grave della dignità della persona. Denunciare è una tutela.
Nel percorso con Sara, la protezione di sé passa dal riconoscere il diritto a non essere umiliata. Capire che ciò che subisce è inaccettabile le permette di recuperare lucidità e forza. La violenza verbale deve essere chiamata per nome e contrastata con decisione, anche per vie legali quando necessario. Quando si rompe il silenzio, la paura perde potere. Da lì può iniziare una ricostruzione fondata sul rispetto e sulla sicurezza.

*Il nome e ogni dettaglio identificativo sono stati modificati. Il caso descritto è a scopo divulgativo e non riconducibile a persone reali.

La speranza deve essere il motore del malato»





Se fossero destinati alla ricerca i 10 miliardi all anno (ogni anno )in piu' ( in piu!) che Giorgia si e impegnata a spendere in armi per servaggio a Trump , quanti malati di cancro potremmo salvare?  Idem.  come risponde. un mio. compaesano Meloniano 
Se fossero destinati alla ricerca i 20 miliardi all’anno [(ogni anno )in piu' ( in piu!)] di interessi sul debito che ci sono costati i Superbonus edilizi per il 4% spesso di non proprio non abbienti proprietari di ville, villette, castelli, quanti malati di cancro potremmo salvare…..
Invece “Giorgia” si è impegnata a spendere in armi, oltretutto per “servaggio a Trump” non per rendere l’Europa autonoma e indipendente e in grado quindi resistere ad un “criminale e fascista” amichetto di Trump…

«La speranza deve essere il motore del malato»

L’oncologo Giuseppe Curigliano: «Per prevenire oggi bisogna vivere più lentamente»

a Berlino, al congresso della European Society for Medical Oncology (Esmo), dove è stato eletto presidente

«Un malato non deve mai perdere la speranza. Mai. Sconfiggeremo il cancro e scopriremo il codice della vita. Ci vorranno cent’anni, ma già adesso abbiamo nuove cure». Parla Giuseppe Curigliano, presidente degli oncologi europei.

Giuseppe Curigliano, 58 anni a maggio, è il presidente degli oncologi europei, ordinario alla Statale e vicedirettore scientifico dell’ieo di Milano. Con lui il Corriere comincia una serie di interviste ai grandi medici, coloro che padroneggiano i segreti della longevità e della malattia, della vita e della morte.

Professor Curigliano, qual è il suo primo ricordo?

«Vivevo a Noranda, un centro siderurgico in Canada, pieno di italiani, polacchi, francesi che lavoravano come metalmeccanici. Tutti immigrati. Abitavamo in un seminterrato. Le finestre si alzavano spingendo verso l’alto. Quel giorno mi cadde la finestra sul braccio. Era il 1971. Mamma chiamò il pronto soccorso, arrivarono questi medici, verificarono che non mi fossi rotto nulla...».

Non sembra una scena della sanità italiana.

«In Canada i bambini hanno una grande importanza sociale. Vige lo ius soli. Per i canadesi è importante avere persone di prima generazione, nate lì».

Ma voi Curigliano siete calabresi.

«Calabresi di Monterosso, piccolo paese in provincia di Vibo. Generazioni di emigranti. Anche il padre di mio padre era emigrato in America. Quando feci un periodo di formazione a Harvard, mi chiesero di tenere una conferenza sulla mia ricerca. La prima slide che proiettai era la foto del nonno in uno studio fotografico di Boston, con il fucile in pugno».

Come si chiamava?

«Ovviamente Giuseppe, come me. Tornò dagli Usa a sessant’anni, con il gruzzolo per comprare un terreno e costruire la casa. Si sposò con Caterina, molto più giovane di lui. Mio padre Vincenzo nacque in Calabria. Ma alla fine degli anni 50 la vita era impossibile. Così partì per cercare lavoro in Canada, con mia madre Rosina. Sono cresciuto bilingue. Siamo tornati che avevo dieci anni».

Quando decise di fare il medico?

«Fin da bambino. Fu decisiva quell’esperienza al pronto soccorso: i camici, il trauma, lo stress, la guarigione. Giocavo al piccolo medico, cliccavi sull’organo e si accendeva la luce».

Laurea in medicina a Roma.

«Alla Cattolica che offriva borse di studi ed alloggio agli studenti meritevoli. Fu un’esperienza bellissima. La Roma a cavallo tra gli anni 80 e 90 era una città dinamica e tollerante, che migliorò ancora quando divennero sindaci Rutelli e Veltroni. Si parlava di tutto, e si sognava. La mia generazione ha sognato moltissimo».

Qual era il suo sogno?

«Aiutare i malati grazie a una conoscenza migliore del cancro, di cui non si sapeva quasi nulla. L’unica cura era la chemioterapia. Il mio professore di medicina interna, Gasbarrini, che ora ha due nipoti medici importanti, definiva l’oncologia la branca “ignorante” della medicina interna. L’unico vero oncologo era il chirurgo».

Così lei andò in America.

«A specializzarmi a Charleston, Sud Carolina, con Mariano La Via, italoamericano di origine napoletana, che si occupava di una tecnica nuova: la citofluorimetria».

Può tradurre?

«Un modo rivoluzionario di studiare le cellule tumorali. Fu

Il digiuno intermittente ha senso. L’AI è un grande alleato. Sarei obiettore di coscienza sull’eutanasia

una grande esperienza. Imparai il metodo scientifico: generare ipotesi, avere strumenti per confermarle, e traslarle nella pratica clinica».

Cioè?

«Fare in modo che la tua idea di laboratorio possa rispondere a un quesito clinico: di cosa ha bisogno il paziente? Come gestire, ad esempio, gli effetti collaterali di una terapia ormonale? Come trovare una soluzione ad un bisogno clinico? Come curare quando non esiste una terapia disponibile?».

Qual è la risposta esatta?

«Fare il meno possibile quando si può, ovvero il minimo indispensabile. Chirurgia conservativa o durata più breve per terapie mediche. Parlare ogni giorno con il paziente. Ascoltare la sua domanda di salute».

Nel 2003 Umberto Veronesi mi disse: «Nessun malato mi ha mai chiesto di morire. Tutti mi hanno sempre chiesto di guarire».

«Lo confermo in pieno. La prima domanda che fanno sempre è: cosa posso fare per sopravvivere?».

Ma quando non si può guarire, lei cosa risponde?

«Il paziente non deve mai perdere la speranza. Mai. Perché la speranza è il motore del malato. È ciò che gli consente di affrontare il percorso di cura».

Ripeto: ma quando non si può guarire?

«Bisogna fare tutto il possibile perché quella persona possa convivere con la malattia. Senza perdere mai la speranza che un giorno possa arrivare una scoperta scientifica che cambi la storia naturale di quella malattia».

Quando sarà quel giorno?

«Non lo so. Ma arriverà. Per tante altre malattie la risposta definitiva è arrivata. Se arrivasse anche per il cancro, diventeremmo quasi immortali. Scoprire la cura per il cancro potrebbe significare scoprire il codice della vita».

Perché?

«Perché, come diceva Oriana Fallaci, il cancro è un alieno che ti cresce nel corpo e vuole essere immortale».

Quando scopriremo la cura

definitiva?

«Temo non nei prossimi cento anni».

Allora continueremo a morire.

«Sempre meno. Perché molte nuove cure specifiche stanno nascendo».

Ci faccia un esempio.

«Con le tecnologie di oggi si può intercettare il cancro. Scoprirlo prima significa identificarlo in uno stadio precoce e guarirlo. Oggi utilizziamo la biopsia liquida, troviamo tracce del Dna tumorale nel sangue periferico. Oggi per vedere il tumore noi abbiamo la Tac, la Risonanza magnetica, la Pet con glucosio. Per la Pet inietti zucchero, la cellula tumorale se lo mangia, e si illumina. Ma lo zucchero è aspecifico, non riesce sempre ad identificare bene le cellule tumorali. Con le nuove tecnologie inietti peptìdi, piccoli frammenti di proteine che raggiungono selettivamente le cellule tumorali e le illuminano, ci permettono di capire dove sono. Si chiama diagnostica nucleare».

Fin qui la diagnostica. Ma la cura?

«Lo stesso peptìde che svela le cellule tumorali lo puoi caricare di più per ucciderle».

Come funziona?

«Il peptìde porta una piccola carica nucleare: sono piccole particelle che emettono radiazioni. È una cosa che avrà un grande futuro, già si usa per la prostata e i tumori neuro-endocrini, forme rare che colpiscono il polmone o il tratto gastrointestinale. Ed è una scoperta italiana, la si deve a un fisico nucleare torinese, Stefano Buono. Dicono che Steve Jobs sia venuto in Italia a chiedere una seconda opinione. Ora avremo l’accelerazione dell’intelligenza artificiale».

In che modo L’IA ci aiuterà? «Noi ragioniamo su tre dimensioni. L’analisi multidimensionale dell’ia elaborerà molti più dati e svilupperà algoritmi per conoscere meglio la malattia. Un’alleanza enorme».

Già la usate?

«Sì. Quando sequenziamo il genoma di un tumore, vengono fuori 70 o 80 mutazioni del Dna. Qual è la più importante? Qual è quella da bersagliare per prima? L’IA te lo dice. E ti suggerisce il farmaco».

Quali sono i suoi consigli per la prevenzione?

«Uno stile di vita sano. Più rallentato, meno stressante. Non a caso i più longevi sono nei paesini della Calabria e della Sardegna: ultracentenari che fanno sempre le stesse cose, sono metodici».

E poi?

«L’attività fisica. Almeno trenta minuti al giorno allungano la vita, riducono il rischio di tumori e il rischio cardiovascolare».

Perché?

«Perché il moto riduce lo stato infiammatorio del corpo e gli consente di recuperare il suo equilibrio. Stress, intossicazione alimentare, inquinamento ambientale sono tutti fattori di rischio. Poi servono gli screening».

Quali?

«Ricerca di sangue occulto nelle feci e colonscopia dopo i 50 anni. Per le donne, mammografia e Pap test ogni anno. Per gli uomini, visita urologica. Per grandi fumatori, Tac ad alta risoluzione, che scopre tu

mori ancora molto piccoli».

E i marker?

«Oggi ci sono marker che ti dicono se hai un tumore; domani ci saranno marker che ci segnalano un pericolo. La novità più interessante è la biopsia liquida: la ricerca del Dna di cellule tumorali nel sangue. Adesso serve a correggere la terapia per migliorare la possibilità di guarigione; in futuro ci permetterà di scoprire il cancro prima che si manifesti. Si chiama “interception”: intercetti la malattia».

E il cibo?

«È sbagliata l’idea che il cibo sia una cura. Certo, puoi usare vitamine, prodotti antiossidanti, ma devi farlo in modo scientifico, per ridurre gli effetti collaterali e farlo sempre nell’ambito di studi».

E per prevenire?

Veronesi ti guardava dritto negli occhi, ti faceva sentire importante e sapeva convincerti di poter cambiare il mondo

«Bisogna mangiare di meno. Penso che il digiuno intermittente abbia molto senso. Mio nonno saltava la cena, o mangiava molto poco e molto presto, ed è arrivato a quasi cento anni».

Perché funziona?

«Perché stimola il sistema immunitario e riduce l’infiammazione».

Cosa va evitato?

«Il fumo, eccedere con carni rosse, insaccati ed alcool».

Veronesi era vegetariano, ma un po’ di vino lo beveva.

«Anch’io lo bevo, ma non più di mezzo bicchiere a pasto. Al ristorante con mia moglie ordiniamo una bottiglia, ma non la beviamo mai tutta. Purtroppo l’alcol, in quantità importanti, è cancerogeno ed aumenta il rischio per i tumori del fegato e della mammella». I cibi da preferire? «Frutta, verdura. Una dieta ipocalorica, povera di calorie».

E il caffè?

«Quello si può bere. Anzi, due caffè al giorno abbassano il rischio ed accendono il cervello».

Il suo incontro con Veronesi

come andò?

«Dopo tre anni e mezzo negli Usa, tornai per fare il servizio militare a Cameri, in aeronautica. Stava nascendo l’ieo, l’istituto Europeo di Oncologia. Chiesi di fare un colloquio, c’erano due borse di studio disponibili. Così incontrai Veronesi, che per noi oncologi era una divinità in terra».

Cosa la colpì in lui?

«Che ti guardava sempre negli occhi. Non tanti hanno questa attenzione. Veronesi ti faceva sentire la persona più importante al mondo. Mi disse: “Tu devi venire a lavorare qui, nascerà un istituto nuovo, davvero internazionale”. E in effetti vennero primari da tutta Europa».

Chi arrivò?

«Dalla Francia Jean Yves Petit, uno dei migliori chirurgi plastici al mondo. Dall’irlanda Peter Boyle, il grande epidemiologo. Dalla Svizzera Aron Goldhirsch, ebreo nato in un campo di concentramento dove il padre era morto, apolide, cresciuto in Israele. Veronesi aveva questa capacità di convincerti che si poteva cambiare il mondo. Del resto a settant’anni aveva fondato un istituto, aveva cominciato una nuova vita».

Cosa pensa dell’eutanasia? «Credo che ogni paziente abbia il diritto di scegliere. Io sarei un obiettore di coscienza: se un paziente mi chiedesse di praticargli l’eutanasia, cercherei di fare di tutto per legarlo alla vita».

In che modo?

«Migliorando la sua condizione di vita. Alleviando il dolore fisico e la paura di morire. Serve quello che gli americani chiamano “human touch”. L’empatia. Dare sempre una speranza. Ci sono alcuni giovani oncologi che non vogliono vedere il paziente. Ma allora cosa fai il medico a fare? Non si può valutare tutto dalla cartella clinica. Non esiste solo la medicina scientifica, ma anche la medicina empatica».

Che ricordo ha di Oriana Fallaci?

«Una donna durissima. Piccolina, ma tutta d’un pezzo. Non amava vedere gente nella sua stanza: molti bussavano, per fare gli amiconi, ma lei aveva una malattia complessa, aveva gravi sintomi. Io ero l’ultimo arrivato. Lei ascoltava tanto, e amava anche raccontare: quando si tolse il velo davanti a Khomeini, quando si finse morta a Città del Messico sotto cumuli di cadaveri, e più prosaicamente quando Arafat sputacchiava mentre parlava. Quando la dimisero, le portavo le medicine a casa, aveva un appartamento nella parallela di via Solferino, si cercava di alleviarle le sue sofferenze. Era una personalità enorme: difficile tenerle testa».

Lei crede in Dio? «Sì».

Ha paura della morte?

«No. È soltanto l’inizio di una vita diversa».

Come immagina l’aldilà? «Un luogo dove potrò rincontrare tutte le persone che hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia vita: mio padre, mia madre, il professor Veronesi e il mio primario Aron Goldhirsch».



5.4.26

lo stato italiano si dice sovranista però degli italiani uccisi all'estero non gli ne frega niente. Negati i contributi pubblici per opere che si siano distinte per “interesse artistico e culturale” e “identità nazionale”al documentario su Regeni:


E' di questi giorni  la notizia che Il documentario che indaga sull’omicidio del ricercatore Giulio Regeni in Egitto e sulla lotta per svelare la verità sulla sua morte è stato escluso dai finanziamenti della commissione del ministero della Cultura, che assegna contributi a opere che si distinguono per “interesse artistico e culturale” e “identità nazionale”. Questa decisione è stata ampiamente criticata e molti chiedono che venga revocata. Infatti leggo su repubblica



Il documentario sul ricercatore assassinato in Egitto e sulla battaglia per la verità sulla sua morte non ha ricevuto un euro dalla commissione del ministero della Cultura per opere che si siano distinte per “interesse artistico e culturale” e “identità nazionale”

                                         di Carlo Bonini











Il documentario Giulio Regeni, tutto il male del mondo, Nastro d’argento della legalità, non merita dunque uno solo dei 14 milioni di euro di “contributi selettivi” distribuiti dai quindici esperti della commissione del ministero della Cultura alle opere cinematografiche e documentaristiche che si siano segnalate per “interesse artistico e culturale” e “identità nazionale italiana”. E dobbiamo dunque intendere che alla rappresentazione della storia di questo giovane ricercatore italiano, sequestrato, torturato, assassinato e vilipeso dagli apparati di sicurezza del regime militare egiziano facciano difetto sia l’uno (“l’interesse artistico e culturale”), che l’altro (“l’identità nazionale italiana”).



Regeni, 10 anni dalla scomparsa. Mattarella: “Vita ignobilmente spezzata, luce sulle responsabilità”
25 Gennaio 2026



Dobbiamo insomma prendere atto che ci sbagliavamo nel pensare che l’ottusità ideologica con cui la destra di governo ha maneggiato in questi anni il tema del sostegno all’industria culturale cinematografica del nostro Paese avesse già espresso il peggio di sé. Si poteva e si è fatto di più. Si è ritenuto, evidentemente, che la storia di Giulio Regeni e la battaglia di giustizia e verità sulle responsabilità della sua morte, la loro rappresentazione, non siano patrimonio e memoria condivisa dell’intero Paese, ma di una sua parte. Non un atto di sovranità politica e di testimonianza civile. Ma, evidentemente, un capitolo di deteriore narrazione sinistrorsa da cui purificare l’arte cinematografica e documentaristica nazionale.



L’INTERVISTA
Paola e Claudio Regeni: “Dieci anni senza Giulio, ma siamo rimasti umani e lui fa ancora cose”di Giuliano Foschini
25 Gennaio 2026



È un’offesa alla memoria di Giulio Regeni, all’Italia di cui è stato cittadino, alle 76 università che quel documentario proietteranno nelle loro aule magne. Che qualcuno tra i sovranisti di casa nostra recuperi un briciolo di decenza per scusarsene di fronte “alla nazione” e cancellare la scelta sciagurata di quella commissione.

pasqua per. un laico


  due interessanti. riflessioni  sul.significato della pasqua .  La. prima una poesia  dell'utente. 

L'Eco del silenzio di Lorien Ashfort


Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "Buona PASQUA Che questa luce arrivi piano, senza ruTore, ma capace di toccare ciò che pesa nel cuore. Che entri nelle ferite, in ciò che ancora fa male, e porti pace dove oggi c'è attesa. Non tutto cambia in un giorno, Ta qualcosa rinasce sempre quando smettiamo di aver paura della luce. Buona Pasqua, a chi spera... anche in silenzio. Corien"

La. seconda il post  :  La Pietra Rotolata Via sul Il coraggio di lasciar andare i pesi del passato nel giorno universale della rinascita.  tratto dalla Newsletters  APRI LA MENTE







Oggi è Pasqua. Al di là del profondo significato religioso per chi crede, questa festività incarna l’archetipo psicologico più potente dell’esperienza umana: la rinascita dopo il buio. Arriva un momento nella vita in cui ci accorgiamo di esserci rinchiusi da soli in una caverna.
Ci siamo abituati all’oscurità delle nostre paure, alla freddezza delle abitudini limitanti e al peso delle storie negative che ci raccontiamo ogni giorno. Abbiamo persino spinto una grossa pietra davanti all’ingresso, convinti che isolarci dal mondo, dal rischio e dalle novità fosse l’unico modo per proteggerci dalle delusioni. Ma la primavera, che oggi esplode in tutta la sua forza, ci insegna che non siamo fatti per restare al buio.
Oggi è il giorno perfetto per guardare quella pietra pesante che blocca la tua gioia e decidere di spostarla. Non hai bisogno di una forza sovrumana; hai solo bisogno della volontà di far entrare uno spiraglio di luce. Quando smetti di trattenere il passato e le tue vecchie ferite, il presente irrompe con una freschezza inaudita, chiamandoti fuori dalla caverna per tornare a vivere a pieni polmoni.

“Ogni mattina noi nasciamo nuovamente. Ciò che facciamo oggi è ciò che conta di più.”
- Buddha

La Neuroscienza del Ricominciare
La tendenza a restare bloccati nelle nostre “caverne” psicologiche è stata studiata a fondo dallo psicologo Martin Seligman, pioniere della Psicologia Positiva, che ha coniato il termine “Learned Helplessness” (Impotenza Appresa).
Quando affrontiamo stress ripetuti, lutti o fallimenti, il nostro cervello può creare circuiti neurali che ci convincono che nessuna nostra azione potrà mai cambiare la situazione, spegnendo la motivazione e mantenendoci nell’apatia. Tuttavia, Seligman ha dimostrato anche il rovescio della medaglia: l’”Ottimismo Appreso”.
Scegliere coscientemente di “rotolare via la pietra” e ricominciare attiva la corteccia prefrontale ventromediale, un’area che sopprime i segnali di paura dell’amigdala e stimola i centri della ricompensa.
Creare un “nuovo inizio” simbolico, proprio come la festività di oggi ci invita a fare, innesca il “Fresh Start Effect” (Effetto del Nuovo Inizio), che sfrutta i marcatori temporali collettivi per distaccare la nostra identità presente dai fallimenti passati, inondando il cervello di dopamina e ripristinando la neuroplasticità necessaria per cambiare rotta.

Strategie per Coltivare la Rinascita Interiore
La prima strategia è l’identificazione esatta della tua pietra personale in questo giorno di festa; prenditi un momento oggi per ammettere con te stesso qual è la convinzione limitante, la paura del giudizio o il rancore specifico che ti sta tenendo al buio, portandolo alla luce della coscienza per potergli finalmente togliere potere.
Il secondo passo consiste nel compiere un atto di perdono radicale verso la tua versione passata, sfruttando l’energia di questa domenica per smettere di punirti per gli errori che hai commesso quando non avevi la consapevolezza che possiedi oggi, e dichiarando ufficialmente chiuso il capitolo dell’autocritica severa.
La terza mossa richiede di esporti fisicamente e metaforicamente alla novità, uscendo all’aperto, respirando l’aria di primavera e costringendo il tuo cervello a processare stimoli visivi e olfattivi di fioritura che spezzano la routine dell’apatia invernale e segnalano al corpo che la stagione del freddo è finita.
La quarta strategia è la potatura delle narrazioni vittimistiche durante le conversazioni a tavola; imponiti, mentre festeggi con i tuoi cari, di non pronunciare frasi che iniziano con “mi succede sempre così” o lamentele sul passato, sostituendole con descrizioni neutre, grate e aperte alle possibilità future.
Il quinto approccio riguarda la purificazione dello spazio simbolico che ti circonda, decidendo oggi di lasciar andare un oggetto, un ricordo o un’abitudine che appartiene a un periodo doloroso, creando un vuoto fisico che rispecchi il vuoto fertile e pronto ad accogliere la novità della tua mente.
L’ultima pratica è la semina di una piccola e immediata azione di vitalità; compi oggi stesso un gesto puramente gioioso e gratuito, come fare una risata sincera, perdonare una vecchia incomprensione familiare o assaporare il cibo con gratitudine, celebrando la sensazione del sangue che torna a scorrere caldo nelle vene.

Pratica della Mattina: Il Rituale della Luce Nuova
Siediti davanti a una finestra da cui entra la luce naturale, o esci all’aperto. Tieni gli occhi chiusi e visualizza te stesso seduto in una stanza buia e soffocante. Immagina ora di alzarti e di spingere via con decisione una porta pesante, venendo immediatamente investito da un calore dorato e da un’aria purissima.
Apri gli occhi, fissa la luce del giorno e fai un respiro vastissimo, riempiendo totalmente i polmoni.
Afferma interiormente: “Io lascio le ombre al passato. Rotolo via il peso che mi teneva fermo. Oggi scelgo la luce, la vitalità e la mia rinascita.”

L’Arte del Ricominciare

Non importa per quanto tempo sei rimasto bloccato o quanto la tua caverna interiore ti sembrasse un rifugio rassicurante. C’è sempre un mattino in cui la vita ti chiama fuori con prepotenza. Abbi il coraggio di lasciare alle spalle ciò che è morto e fai un passo nel giardino della tua nuova esistenza. Buona Pasqua di vero risveglio

chi. lo ha detto che per essere importante devi avere un premio o un onorificenza il caso di Giuseppe Levi che. ebbe non ebbe nessun titolo. ma. tre. allievi da premio nobel





















IN BREVE 



                                                                                              



Giuseppe Levi. (Trieste, 14 ottobre 1872 – Torino, 3 febbraio 1965) è stato uno scienziato, medico e anatomista italiano. È ricordato anche per essere stato insegnante dei tre premi Nobel Rita Levi-Montalcini 1986, Renato Dulbecco 1975 e Salvatore Luria.1969 Legandosi alla famiglia Tanzi, fu parente di diverse importanti personalità del Novecento italiano: sua figlia è la scrittrice Natalia Ginzburg, suo fratello è il critico teatrale Cesare Levi, la sorella di sua moglie era Drusilla Tanzi - moglie di Eugenio Montale.Lui stesso non vinse mai il Nobel, e nel 1938 le leggi razziali lo cacciarono dall'università





  da.  
Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "CoamcpapHoи Quelche Quel Quelchenonsapevi® che non sapevi® Giuseppe Levi, Torino: un solo professore, tre allievi Nobel in Medicina. Lui non ne vinse mai uno. Uno di quegli allievi era la studentessa a cui aveva detto che non aveva talento."
Ha detto a una sua studentessa che non aveva talento per la ricerca. Quella studentessa si chiama Rita Levi-Montalcini, e nel 1986 vinse il Nobel per la Medicina.Il professore si chiamava Giuseppe Levi. Anatomista, torinese d'adozione, nato a Trieste nel 1872. Un tipo burbero, esigente, famoso per rendere le ore in laboratorio un'esperienza al limite dell'insostenibile.Eppure l'Università di Torino, sotto la sua guida, diventò qualcosa che non si è più ripetuto nella storia della medicina mondiale.Da quel laboratorio passarono tre studenti. Tre. Tutti e tre vinsero il Nobel per la Medicina in anni diversi: Salvador Luria nel 1969, Renato Dulbecco nel 1975, Rita Levi-Montalcini nel 1986. Nessun altro professore nella storia ha mai fatto altrettanto.                                                                Aspetta.                                                                                                                                                               Lui invece — il professore che li aveva formati, che aveva costruito quella scuola pezzo per pezzo, che era stato il primo in Italia a lavorare sulle culture cellulari già negli anni '10 — non vinse mai il Nobel. Non una candidatura ufficiale, non un riconoscimento equivalente. Niente.E poi arriva il 1938. Le leggi razziali fasciste lo cacciano dall'Università di Torino. Ebreo, socialista, firmatario nel 1925 del Manifesto degli intellettuali antifascisti: Levi era il bersaglio perfetto del regime. Mentre i suoi tre allievi costruivano le carriere che li avrebbero portati a Stoccolma, lui sopravviveva in semi-clandestinità a Torino. Tornò alla cattedra solo nel 1945, dopo la Liberazione.Spoiler: era anche il padre di Natalia Ginzburg. La casa dei Levi a Torino era un crocevia di intellettuali, scrittori, scienziati. Un laboratorio di idee che andava ben oltre l'anatomia.Ma il dato che non si riesce a metabolizzare è questo: tre Nobel formati dallo stesso uomo, nella stessa università, nella stessa città. Una concentrazione di genio che non appartiene alla statistica — appartiene alla storia.L'uomo che disse a Rita Levi-Montalcini che non aveva talento per la ricerca aveva già intuito, a modo suo, quanto quella ragazza fosse capace di sorprendere.

Pillole di psicologia I consigli del famoso terapeuta Gerry Grassi LE PAROLE FERISCONO: COME RICONOSCERE LA VIOLENZA VERBALE

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